Ancora una volta è la Francia a offrici la drammatica istantanea del mondo in cui viviamo. La rivoluzione francese è la madre dello Stato nazione moderno, quello democratico e laico, il ’68 francese la miccia che accese la rivolta studentesca e operaia contro il capitalismo post-bellico di stampo americano e i gilet giallipotrebbero diventare il grido di protesta mondiale contro una globalizzazione che ha spaccato intere nazioni, frantumandone la geografia politica, de facto ponendo fine alla struttura socio-economica delle democrazie occidentali post-belliche.
Come la Brexit e l’elezione di Donald Trump, i gilet gialli sono figli del trionfo dell’urbanizzazione occidentale, delle grandi città dove si muovono liberamente le elite mondiali. L’altra faccia della medaglia è la sconfitta delle campagne, della provincia dove un tempo erano ubicate le fabbriche. La geografia più della politica guida il movimento di protesta francese e anche quello della Brexit e del trumpismo. La maggior parte di chi fa parte di questi fenomeni, chi li sostiene e ci crede, è apolitico, non ha fiducia nella vecchia ideologia di destra o di sinistra, non la conosce neppure, e non si fida dei politici tradizionali che vede come i lacchè delle elite dell’urbanizzazione della globalizzazione.
In effetti Parigi, la città, chi ci vive, l’economia, anche la cultura, hanno più in comune con Londra, New York o San Franciscoche con i paesini del nord est della Francia, dove nel dopoguerra si lavorava in miniera. Ma è anche vero che un filo conduttore di rabbia e protesta unisce gli ex operai delle fabbriche del Wisconsinai contadini francesi e agli ex pescatori di Hull, nelle Midlandsinglesi. Sono loro che hanno votato Trump sulla base di promesse fortemente protezioniste, loro che gridano a Macron “noi esistiamo” e ancora loro che hanno detto no a un’Unione Europeache permette ai pescherecci olandesi di pescare nelle acque territoriali del Regno di sua Maestà.
La globalizzazione ha voluto ridisegnare la geografia dello Stato nazione e così facendo ne ha escluso la base portate, il popolo, la classe media, quella ex operaia, i giovani, chiunque non faccia parte di quell’elite urbana fortunata che si è arricchita negli ultimi 40 anni. Ma la globalizzazione non ha cambiato la struttura politica portante del vecchio Stato nazione. Ed è qui il nocciolo del problema, la cacofonia tra economia globalizzata e politica nazionale. Prova ne è la caduta verticale di Macron, il presidente della speranza eletto dai francesi e oggi definito dai gilet gialli (ma non solo) “il presidente dei ricchi“.In effetti la sua prima riforma fiscale è stata nettamente neoliberista. Nel suo primo budget ha sostituito la tassa sul patrimonio con un prelievo sulla proprietà, convinto che cosi facendo avrebbe incanalato i risparmi nella creazione o nell’espansione delle imprese. Ma non è stato così. I tagli alle tasse per le famiglie sono stati posticipati. E questo è stato un gravissimo errore. La Francia è il Paese più tassato del mondo industrializzato secondo l’Ocse, con un peso fiscale del 46,2% sul prodotto interno lordo. Ed ecco spiegato come ciò che è iniziato appena due mesi fa come una campagna online contro i crescenti costi del carburante si è trasformato in un movimento sociale a livello nazionale contro le tasse elevate, il declino degli standard di vita, un’élite politica egoista e un presidente ritenuto arrogante e fuori dal mondo.